La storia di Graziella, catanese e partigiana

Raccontiamo, citando un testo di Domenico Stimolo la storia di Graziella Giuffrida. Giovane partigiana catanese che morì nella guerra di Liberazione.

Graziella vive, anche se manca il rispetto delle catanesi.

Sì, Graziella vive ancora. Si riverbera nella memoria cittadina di Catania, grazie ai civici “volontari”, e di Genova. La Giuffrida nacque a Catania nel 1924, morì, giovanissima, a 21 anni, nel marzo del 1945 a Genova. Ammazzata. Scarnificata e buttata in un fosso. “ Alla libertà e alla patria offrì la giovane esistenza nella guerra di Liberazione”.

Così, tra l’altro, recita la lapide murata nel 1956 su un fronte della sua casa natia, un basso palazzotto, sita a Catania all’inizio di via Bellia; all’angolo con piazza Machiavelli, in un’area dello storico e popolare quartiere di S. Cristoforo. La piazza, detta “ S. Cocimo”, è, complessivamente tranquilla. Una diversità rispetto al furore quotidiano che sommerge tutta la zona. Spesso giocano a palla i ragazzini. Sconoscono, che in quel luogo giocò anche la bimba Graziella e che in quella casa, ormai da lunghissimo tempo silente, la madre, appresa della morte dei figli, di Graziella e di Salvatore, spezzata dal dolore, impazzì.

Poi, cresciuta, emigrò. Piena di speranze e di gioie di vita. Anche in quegli anni tanti catanesi “salivano” al nord per cercare lavoro. C’era con lei il fratello Salvatore. Fu ammazzata dai nazifascisti il 24 marzo nel quartiere di Teglie a Genova, dopo avere subito torture e infami sevizie. Umiliata e violentata. Il corpo fu ritrovato il 28 aprile, alcuni giorni la Liberazione, in via Rocca dei Corvi, in località Barbini, a Fegino in Val Polcevera, zona industriale e operaia. Nell’improvvisata fossa, malamente realizzata dagli assassini a fianco di una capanna, Graziella giaceva assieme ai corpi di altri quattro giovani patrioti partigiani, uccisi nello stesso eccidio. A fianco la capanna c’era uno scantinato utilizzato dagli sgherri per torturare e uccidere i patrioti. A Genova, la giovane catanese era insegnante; “maestrina”, data la giovanissima età. Durante le drammatiche fasi dell’occupazione tedesca non rimase inerte. Forte era l’anelito per la libertà calpestata. Grande lo sdegno per gli orrori quotidianamente consumati sulla popolazione, vilmente ammazzata, incarcerata e deportata. Graziella, volendo dare un contributo attivo, in difesa degli oppressi, si aggregò ai SAP – Squadre di Azione Partigiana – operanti nel capoluogo ligure. Fu arrestata in un tram, così, per caso, e per le voglie dei tedeschi presenti nel tranvia. Graziella era giovane e bella. La importunarono pesantemente, come preda di guerra di selvaggia invasione Lei reagì, in difesa della sua persona profanata. Le misero le mani addosso. Graziella nascondeva una pistola. Fu la fine. Subì la stessa triste sorte del fratello Salvatore, partigiano. Prima del colpo finale, lì, nello scantinato delle torture, i nazisti sfogarono le loro sadiche voglie sul suo corpo ormai massacrato. Una vera e propria martire, che combatté intrepida in difesa dei diritti umani, per il riscatto civile e democratico dell’Italia.

Della sua breve vita, alla conoscenza pubblica, è rimasta una solo fotografia. Un’immagine dolce. Colpisce lo sguardo fiero e generoso. Non si conoscono i pensieri e le azioni di Graziella giovinetta a Catania.

Pochi anni addietro dedicai un’intera mattinata, percorrendo in lungo e in largo il quadrilatero urbano che racchiude la sua casa natia in via Bellia, alla ricerca di informazioni sulla sua famiglia, i parenti. Il tempo, però, è sempre tiranno. Alfine trovai solo una vecchietta, antica abitante della zona, che si ricordava. Mi disse che la madre, appreso dell’infelice e tragica sorte dei due figli, in seguito, impazzì…..poi tutto “scomparve”.

Nel cippo posto a Fegino in Val Polcevera – Genova – il 25 aprile 1950 -, così tra l’altro si legge: “ I genitori della Graziella dallo loro lontana Catania alzarono questo cippo alla memoria”.

Ogni anno a Catania la memoria di Graziella ritorna forte nella ricorrenza del 25 Aprile. La sua grande lapide si trova lungo il percorso storico del corteo. La posa della corona, largamente infarcita di garofani rossi, rappresenta il momento più inteso della manifestazione. Graziella vive! Circondata dalla calorosa partecipazione di tantissimi giovani.

A Genova, il 27 marzo, si svolge la cerimonia davanti il cippo posto a Rocca dei Corvi, luogo dell’assassinio. Quest’anno la ricorrenza ha avuto un tocco particolare. Graziella è stata al centro dell’attenzione del convegno, a lei dedicato, organizzato dallo Spi –Cgil nazionale –l’organizzazione dei pensionati –, dal titolo “ Sorelle d’Italia….Protagoniste della Resistenza, contro la violenza sempre”.

Lei, emblema di libertà, del riscatto e dei diritti, di tutti, simbolo del valore della partecipazione delle donne alla lotta e alla vita civile, rappresenta il legame tra ieri e oggi. Il cuore ribelle, impavido e onesto della Sicilia. Alla ricerca della giustizia

contro le oppressioni. Un fulgido legame universale che frulla nelle radici della nostra isola. Già emerso nel percorso del tempo e, raccolto poi, con dedizione e sacrificio, da tante, nel travaglio quotidiano. Nella lotta contro lo sfruttamento, per il riconoscimento dei diritti, l’eguaglianza e la legalità; tra cui, Rita Atria e Felicia Bartilotta Impastato ( la mamma di Peppino). Un testimonio ancor più prezioso oggi, specie per le giovane e i giovani che vivono in un contesto di dolorosa incertezza, precariato e discriminazioni. Per la difesa della Costituzione, dei valori costruttivi della nostra democrazia nata dalla Resistenza e dal sacrificio di Graziella e delle altre compagne/i di lotta; per abbattere le ingiustizie e per una vera equità sociale; in difesa della scuola pubblica e della dignità, sempre, nei luoghi di lavoro e nella società, senza razzismi.

A Genova una strada ricorda il suo martirio. A Catania, patria natia di Graziella, l’ignavia istituzionale ha calpestato sempre la sua memoria. Un silenzio indegno, nella prassi e nella scelta operativa, ha caratterizzato le amministrazioni comunali e i luoghi che si intestano la professione della cultura e dell’insegnamento. Anzi, ribaltando le strutturali diversità valoriali e sostanziali che caratterizzano le essenze fondative della nostra coscienza civile e democratica, meritorie di essere divulgate e coltivate nella memoria cittadina e tra i giovani, l’amministrazione comunale del sindaco Scapagnini, nel 2002, intitolò tre strade a rappresentanti catanesi di primo piano del regime fascista e cultori politici ereditari del fascismo. Tra tutti spicca Filippo Anfuso, gerarca della dittatura, capo di Gabinetto del Ministro degli Esteri Ciano, ambasciatore della Rsi in Germania fino alla sconfitta del nazismo, coinvolto nell’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli, esuli antifascisti, a Parigi nel 1937.

Nel gennaio 2003, il “ Comitato Catania democratica e antifascista” consegnò all’amministrazione comunale ( il sindaco non volle ricevere i rappresentanti) una petizione popolare con oltre 5000 firme di cittadini. Si richiedeva che le tre strade fossero intitolate a martiri partigiani catanesi. C’era Graziella Giuffrida.

L’ amministrazione comunale “tirò dritto” nella sua azione di rivalutazione dei fascisti.

Graziella e i martiri della libertà, che avevano drammaticamente subito le conseguenze nefaste del regime, nella propria città non hanno diritto di cittadinanza e di memoria.

NON C’E’ FUTURO SENZA MEMORIA

[…] da Impossibile Pentirsi – Mario Ciancarella – anni ’90

Non è necessario scomodare la memoria delle brevi ed effimere stagioni del Nazismo e del Fascismo e le loro tragiche conclusioni di cui Piazzale Loreto conserva tutto il suo spessore simbolico (che ben difficilmente le sequenze di un qualsiasi “Combatt-film” potranno riuscire a sminuire). Basta guardare alla storia di Hammamet, dei tanti finanzieri d’assalto degli ultimi anni, ai tragici ma miseri suicidi (perchè tali rimangono, cioè miseri, rispetto ad un gesto che in altri tempi o per altri uomini ha sempre avuto ed avrà una dimensione di altissima dignità e capacità di lottare oltre il sopportabile) dei grandi uomini della finanza e della politica corrotte, quando, ormai scoperti nelle loro miserie ed ignobiltà, non hanno saputo stare di fronte alle proprie responsabilità. Ed anche in questi finali amari e tragici hanno trovato il conforto dei “grandi” – Vescovi o politici – incapaci di analizzare i crimini contro i “poveri” di coloro che furono loro amici, pupilli, compagni di mense, non certo frugali. Bisogna invece che noi conserviamo ed alimentiamo la memoria della violenza che hanno operato gli aspiranti vincitori. Ricordare non basta. Memoria è un ricordo “attivo” che vuole comprendere i meccanismi, le cause e dunque le ragioni che determinarono una storia, e sa rileggerle nel presente per capirne le “mutazioni” e le mimetizzazioni nelle forme nuove in cui quella stessa violenza torna e tornerà ad esercitarsi. Forme diverse sempre più evolute e sofisticate. E’ dunque solo la Memoria a dare senso al proprio impegno per costruire un futuro in cui si possa sperare che quella violenza non torni a mostrarsi, con volti diversi ma la con medesime atrocità, per il nostro passivo ed ignaro consenso. Perdere “la Memoria storica” ci rende estranei a noi stessi, incapaci di riconoscere le nostre radici, di capire il nostro presente, di costruire un qualsiasi futuro. Non ci è lecito dimenticare che il desiderio di Liberazione e di Dignità di ogni Popolo, la ricerca di Verità e Giustizia di ogni uomo non sono mai stati completamente soffocati e vinti dalla repressione e dalla violenza, dalle persecuzioni e dagli stermini. Perchè sempre qualcuno si è alzato a rivendicare la forza dei Valori dell’Uomo. E la Vita è sempre stata vittoriosa sulla morte e sui suoi gabellieri. Non è solo il popolo Ebreo ad aver riconosciuto conservato e sviluppato la sua profonda dignità ed identità dalle persecuzioni patite nella storia. E’ l’Uomo che ha ricosciuto via via la sua originaria sovranità come Umanità-Persona dalle infinite e tragiche violenze della storia

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