Polifemo e Galatea, un lungo bacio tra il mare e il fiume

Si racconta che vi era un gigante spaventoso che abitava nell’antro di un monte delle coste sicule. Una folta e scarmigliata capigliatura gli cadeva sulla bassa fronte e gli scendeva giù per le enormi spalle; e, tra la fronte grinzosa e il naso schiacciato, si apriva, sotto un lungo sopracciglio, un occhio unico, largo come uno scudo. Stupido e rozzo, Polifemo non sapeva far altro che il pastore di pecore, e arrotondava gli scarsi guadagni derubando le navi che le tempeste mandavano sulla spiaggia vicino alla sua caverna. Anche l’abnorme Polifemo, tuttavia, non fu insensibile alle lusinghe d’amore. Viveva nei paraggi una ninfa molto leggiadra, di carnagione bianca e delicata, si chiamava Galatea ed era la figlia del Dio marino Nereo.

Un giorno, mentre Polifemo era intento a far pascolare il suo gregge sul monte, la vide e se ne innamorò perdutamente. La fanciulla però aveva già un pretendente Aci, un pastorello di appena sedici anni, bello come Adone.
Entrambi si adoravano e non vedevano l’ora di sposarsi.

Il loro amore era talmente forte, che tutti gli espedienti che il ciclope metteva in opera per apparire agli occhi della ragazza un po’meno disgustoso, tutte le promesse d’amore e di felicità che egli faceva alla ninfa, ogni cosa era meno che niente: insomma per lui non poteva esserci alcuna speranza.

Passarono pochi mesi, ed un bel giorno, il ciclope, dall’alto di una rupe dove s’era appollaiato, vide, nella valletta, proprio sotto quella rupe, i due fidanzati, Galatea e Aci, che si sussurravano dolci parole, guardandosi teneramente negli occhi.

Il colosso, a quella vista, si sentì ribollire il sangue e preso da un folle accesso di furore geloso, staccò dalla rupe il grosso macigno e lo scagliò contro la valletta. Il masso rotolando giù per la china, colse in pieno il povero pastorello che ne restò sfracellato sul colpo.

La dolce Galatea pianse ininterrottamente e questo destò la pietà degli Dei, che non persero tempo a trasformare il giovane Aci in un bellissimo fiume, che in un percorso sotterraneo dal monte Etna, scende giù per la valle, sino al mare.

Un piccolo tratto di acqua dolce, a Santa Maria la Scala, testimonia l’incontro dei due amanti, che vissero in un amore eterno, su quello che viene chiamato “U sangu d’aci” (il sangue d’Aci)

Oggi è possibile scendere su questa spiaggetta, arrivando direttamente a Santa Maria la Scala oppure scendendo giù per la Timpa, una riserva naturale che da Catania porta a Riposto, e da cui si può accedere dalla statale 114.

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