Itinerari Verghiani

Verga, importante non solo per il valore artistico, l’innovazione stilistica e la testimonianza storica che danno le sue opere, ma perché forse è l’unico autore che attraverso la sua produzione ci fornisce le indicazioni di un gradevole itinerario turistico.

Diamo inizio al nostro “itinerario verghiano” lungo la costa ionica.

Proseguendo sulla SS 114 a sud di Catania verso Acireale, si stende la Riviera dei Ciclopi, naturale continuazione della Riviera dei Limoni insieme alla quale forma una delle più belle coste della Sicilia orientale con il suo stupendo arco chiuso a sud del porto di Ognina, che si affaccia sul piccolo golfo omonimo che ospita il raccolto porto dedicato ad un eroe omerico che sul mare trascorse una bella fetta della propria vita, Ulisse.

Una visita merita anche la Chiesetta di S. Maria di Ognina, nella quale è custodita l’ottocentesca statua lignea della Madonna Bambina, la patrona del borgo festeggiata l’8 settembre.

Diversi poeti antichi hanno popolato di ninfe e ciclopi questo tratto di costa frastagliata, disseminata di anfratti, grotte e piccole insenature. Il mito lo vuole come il luogo dove Ulisse accecò Polifemo e i “faraglioni” emergenti dal mare di fronte ad Acitrezza sarebbero i massi scagliati dal Ciclope per fermare la fuga di Ulisse.

Il nostro “itinerario verghiano” lungo la costa ionica ha inizio ai piedi dello “spettrale maniero” di Acicastello incastonato nel nero profondo delle rupi laviche e circondato dalle alte onde del mare in tempesta. Percorrendo il litorale sulla destra si erge a picco sul mare l’imponente Castello.

Questa visione romantica e inquietante è la stessa che fa da sfondo alle Storie del Castello di Trezza “Un lungo racconto – scrive la studiosa Concetta Greco Lanza – non dei più famosi, inserito in Primavera ed altri racconti del ‘77, una vicenda a fosche tinte sull’eterno triangolo che risente di accenti da scapigliati e vede punito il tradimento degli amanti in due storie parallele, l’una ambientata in età medievale col precipitare da sé nelle acque in torno al maniero, com’ era accaduto nella leggenda raccontata dal marito, quasi che il luogo stesso conservasse i segreti macabri e il fascino di una tragedia incombente su Luciano e Matilde, i due protagonisti contemporanei.
Le alte rovine del maniero pullulano di presenze misteriose e di spiriti “… La notte era in gran tramestìo pei corridoi e per le sale, e si trovavano usci aperti e finestre spalancate, senza sapere come né da chi – usci e finestre ch’ erano stati ben chiusi il giorno innanzi – si udivano gemiti dell’altro mondo e scrosci di risa da far venire la pelle d’oca al più ardito scampaforche che avesse tenuto alabarda e vestito arnese”.

Il paese deve il nome al Castello Normanno, risalente alla seconda metà dell’XI secolo. In questo complesso si fondono così natura e storia. Questo castello è uno dei più contesi della storia dei possedimenti fortificati del territorio etneo. Può essere definito un “ fortilizio marino” per la sua condizione di roccaforte isolata dalla terraferma. Il castello costruito dai Bizantini e conquistato prima dai saraceni, poi da Ruggero in Normanno, in seguito passò ai Lauria e dal 1297 agli Aragonesi. Attualmente esso si staglia con la sua mole scura contro lo sfondo azzurro del mare e del cielo caratterizzando la panoramica di Acicastello. Alcune sale del castello ospitano il Museo civico con interessanti reperti di mineralogia e paleontologia.

La Chiesa Madre di Acicastello, distrutta durante la seconda guerra mondiale e ricostruita nel 1961, conserva affreschi di Pietro Paolo Vasta.

Ad un chilometro da Acicastello lungo la costa, senza soluzione di continuità creando un unico “centro turistico”, dotato di diversi alberghi, numerosi ristoranti e pizzerie, ritrovi notturni ed attrezzati lidi balneari, sorge Acitrezza.

Le due Aci ovvero Acitrezza e Acicastello, sono unite da un bellissimo lungomare in cui trionfano il nero della lava, l’arancio degli agrumi, il verde dei capperi della vegetazione mediterranea. Ambitissimo luogo di villeggiatura, grazie al mare splendido ed alla costa che offre mille opportunità per prendere il sole, continua a mantenere l’ aspetto confortante di piccolo borgo marinaro, nonostante sia attrezzato di tutto punto per garantire ai turisti servizi e comforts. Non si stenta a collegare i volti dei trezzoti con quelli dei personaggi dei “ I Malavoglia ”, sin dalla novella “Fantasticheria” del 1880 Verga aveva portato i luoghi suggestivi di Acitrezza all’interno delle sue pagine: “In quelle quarantott’ore facemmo tutto ciò che si può fare ad Aci-trezza passeggiammo nella polvere della strada, e ci arrampicammo sugli scogli; col pretesto di imparare a remare vi faceste sotto il guanto delle bollicine che rubavano i baci; passammo sul mare una notte romanticissima, gettando le reti tanto per far qualcosa che a’ barcaioli potesse parer meritevole di buscarsi dei reumatismi, a l’alba ci sorprese in cima al faraglione, un alba modesta e pallida che ho ancor dinanzi agli occhi, striata di larghi riflessi violetti, sul mare di un verde cupo, raccolta come una carezza su quel gruppetto di cosucce che dormivano quasi raggomitolate sulla riva, mentre in cima allo scoglio, sul cielo trasparente e limpido, si stampava netta la vostra figurina, colle linee sapienti che vi metteva la vostra sarta, e il profilo fine ed elegante che ci mettevate voi”.

Il tono languido di queste descrizioni si fa pietra e sangue nei Malavoglia del 1881, quasi un poema epico: “Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza… le burrasche che avevano disperso di qua e di là altri Malavoglia, erano passate senza far gran danno sulla casa del Nespolo e sulla barca ammarata sotto il lavatoio…”. Oggi la fama del romanzo e del film si fondano in un’unica memoria collettiva che ha trasformato Acitrezza in “luogo del mondo”; studiosi del Verga e di Visconti si incontrano lungo le viuzze affollate di case e in quel porto “tutto seminato di barche che avevano cominciato la loro giornata…”.

Acitrezza è un fiorente centro peschereccio, e turistico. Il suo porticciolo si apre di fronte alla splendida vista delle “isole dei Ciclopi” la più grande delle quali – Isola Lachea– presenta una flora e una fauna molto particolare e ospita una stazione di studi biologici e di fisica del mare dell’università di Catania. Fenomeni naturali (l’isola è una massa baltica che reagendo con le argille umide dà origine ai vari minerali, tra cui i cristalli trasparenti dell’ analcime), reperti preistorici e mitologia (i miti del pastorello Aci e gli “scogli dei Ciclopi”) convergono nel rendere affascinante la zona per i viaggiatori. Le altre isolette sono costituite dai suggestivi “faraglioni” in mezzo al mare, dei quali il più grande è alto 70 metri ed è formato come tutti da prismi basaltici con incrostazioni calcaree. Al di la della leggenda di Ulisse e Polifemo, le isole dei Ciclopi sono conseguenza di un’ eruzione vulcanica avvenuta nel Quaternario. La colata lavica, inghiottita dalle acque del mare, si consolidò velocemente a contatto con l’acqua a causa del subitaneo raffreddamento, inglobando parti di argilla presenti sul fondo.

“… un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Acicastello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’ essere.

Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Acicastello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole.

Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’ era ammarrata sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, a alla paranza di padron fortunato Cipolla”

GIOVANNI VERGA da “I MALAVOGLIA”

Per onorare la memoria di Giovanni Verga, i catanesi vollero costruire Piazza Giovanni Verga, o anche detta piazza dai quattro nomi. Alla fine del secolo scorso era ancora una grande distesa di “sciara”,o lava, se preferite, e precisamente della eruzione dell’Etna dell’anno 252-253. Inizialmente quella grande spianata si chiamò piazza “Massaùa” (sic)dal nome di una bettola esistente in quei pressi, poi la piazza fu spianata e servì per la esercitazioni militari, quindi cambiò ancora nome assumendo quella di “Piazza d’Armi”. Successivamente, nel 1907, la piazza ospitò la seconda edizione della Esposizione Agricola Siciliana, un evento internazionale memorabile, che fu visitata anche dal re Vittorio Emanuele III e d’allora in poi cominciò a chiamarsi “Piazza Esposizione”. Di piazza Massaùa e piazza d’Armi non si parlò più. Infine arrivò il più grande, il più famoso personaggio indigeno che schiacciò tutti i precedenti toponimi ed impose per sempre il suo nome: Giovanni Verga.

Oggi, tra il palazzo del tribunale a nord e il Grand Hotel Excelsior a sud, troneggia solenne e maestosa, la meravigliosa “Fontana dei Malavoglia”, opera grandiosa del nostro concittadino Carmelo Mendola.

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